Rimproveri e punizioni, quando funzionano

Gli esempi, per i bambini, sono più utili dei rimproveri.” Joseph Joubert

Rimproverare i nostri figli o dire loro “no” è un’impresa ardua. Spesso ci troviamo ad urlare o a ripetere le stesse cose nella speranza di farci ascoltare, ma, il più delle volte, il risultato è disastroso, sia per noi, che non ottenendo ascolto ci sentiamo esausti e frustrati, sia per i bambini che vedono solo la nostra rabbia, senza capirne le ragioni.

Quello su cui oggi concordano educatori, psicologi e pedagogisti, anche di scuole di pensiero differenti, è che il rimprovero o la punizione sono sì necessari per una crescita serena, ma solo se si seguono delle regole. Eccone alcune:

Rimproverare sempre significa non rimproverare affatto, se ci arrabbiamo spesso corriamo il rischio di perdere autorevolezza e credibilità agli occhi dei nostri figli. Se sgridare i bambini, fuori o in casa, diventa un’ abitudine, l’azione perde tutta la sua efficacia. Meglio, quindi, provare a centellinare il rimprovero per quelle occasioni che lo meritano davvero.

Siate fermi e risoluti, i no, lo sappiamo, non piacciono a nessuno. Tuttavia, proprio quei “no” aiutano a crescere sereni, permettono di sviluppare una qualità importantissima, la resilienza ovvero la capacità di rispondere positivamente ai piccoli e grandi traumi della vita. Come scrive Pietro Trabucchi:

La ‹resilienza› è un concetto più raffinato di quello di ‹resistenza›. La resilienza è infatti non solo la capacità di resistere ma letteralmente di “risalire” su una barca che si è rovesciata o almeno questo intendevano i latini (dal verbo resalio).”

Se diciamo loro che una cosa non si può fare, cerchiamo di resistere al senso di colpa e alla stanchezza di fronte a pianti che sembrano inarrestabili e capricci di ogni genere. Anche la nostra fermezza e coerenza è per loro un prezioso insegnamento. Il “no”, come altri paletti, non dimostra che siamo “cattivi”- anche se un bambino potrebbe dirlo per rispondere al suo senso di impotenza - al contrario comunica nel tempo che siamo presenti e interessati a quello che fanno.

Urlare non serve, è di certo più semplice. Siamo stanchi, stressati, presi da mille cose, non ci sentiamo ascoltati e la prima cosa che facciamo è alzare la voce. Cosa otteniamo? Quasi sempre non siamo ascoltati. Non è il volume, ma il tono a fare la differenza. Se vogliamo essere incisivi dobbiamo avere un tono deciso, ma pacato che non mostri la nostra vulnerabilità e ci permetta di far comprendere il nostro punto di vista. Insegniamo ai nostri figli che per essere rispettati non serve urlare.

Non fare lo stupido, non sei stupido. Questa è una delle regole più importanti ed è anche quella che richiede da parte nostra uno sforzo maggiore. La differenza sembra sottile ma non lo è. Quello che dobbiamo rimproverare è un modo di fare, di comportarsi, non di essere, insegnandoli che è possibile correggersi e migliorarsi sempre.

Rispetto, non paura. La paura del genitore svanisce con il tempo, il rispetto dura per tutta la vita. Punizioni eccessive fanno crescere nel bambino solo sentimenti negativi che non comprendono l’auto-miglioramento o la consapevolezza di sé, finendo per reiterare comportamenti e atteggiamenti sbagliati anche crescendo. Proviamo a spiegare cosa non va, cosa ci ha dato fastidio o ci ha fatto arrabbiare, definiamo le nostre emozioni e aiutiamolo a indicare le sue, così facendo ne stimoliamo l’intelligenza emotiva. La spiega così, lo psicologo Daniel Goleman:

Le persone competenti sul piano emozionale - quelle che sanno controllare i propri sentimenti, leggere quelli degli altri e trattarli efficacemente - si trovano avvantaggiate in tutti i campi della vita

Essere genitori è un’avventura magnifica, ci gratifica in modi che non sapevamo possibili, ma ci mette anche davanti a prove difficilissime, che richiedono pazienza, determinazione e tanta forza di volontà. Respiriamo, contiamo fino a 10 e rimbocchiamoci le maniche, possiamo farcela!